Le poesie più belle di Chandra Livia Candiani, la ‘Emily Dickinson’ italiana

Chandra Livia Candiani è considerata la ‘Emily Dickinson’ italiana per la straordinarietà e intensità delle sue opere poetiche. Chandra, tradotto in ‘Luna’ in hindi, è una poetessa e traduttrice italiana nata a Milano nel 1952.Le poesie di Chandra Livia Candiani si basano sulla contemporaneità e sui suoi rischi, concentrati soprattutto tra la conflittualità dei rapporti, concentrandosi sull’estinzione della specie e dello stesso pianeta Terra. Chandra si sofferma spesso sulla distruzione della natura umana da parte dell’uomo, rifiutando qualsiasi soluzione metafisica.

Chandra Livia Candiani trasforma la poetica in una vera e propria forma di resistenza e passione, in tutt’uno con la vita.Ma quali sono i suoi componimenti più famosi?

Le poesie più belle e famose della poetessa

Io è tanti
e c’è chi crolla
e chi veglia
chi innaffia i fiori
e chi beve troppo
chi dà sepoltura
e chi ruggisce.
C’è un bambino estirpato
e una danzatrice infaticabile
c’è massacro
e ci sono ossa
che tornano luce.
Qualcuno spezzetta immagini
in un mortaio,
una sarta cuce
un petto nuovo
ampio
che accolga la notte,
il piombo.
Ci sono parole ossute
e una via del senso
e una deriva,
c’è un postino sotto gli alberi,
riposa
e c’è la ragione che conta
i respiri
e non bastano
a fare tempio.
C’è il macellaio
e c’è un bambino disossato
c’è il coglitore
di belle nuvole
e lo scolaro
che nomina e non tocca,
c’è il dormiente
e l’insonne che lo sveglia
a scossoni
con furore
di belva giovane
affamata di sembianze.
Ci sono tutti i tu
amati e quelli spintonati via
ci sono i noi cuciti
di lacrime e di labbra
riconoscenti. Ci sono
inchini a braccia spalancate
e maledizioni bestemmiate
in faccia al mondo.
Ci sono tutti, tutti quanti,
non in fila, e nemmeno
in cerchio,
ma mescolati come farina e acqua
nel gesto caldo
che fa il pane:
io è un abbraccio.

***

Perché non c’è pericolo
nel tuo amore
che ci espone alla nuda
luce,
perché la conoscenza è radicale vigilia
dell’altro
e chiede: “Dove sei?
“Dove vivi?”
“Cosa tocchi?”
Perché ogni opera non è
che gratitudine.
Perché è un luogo spazzato
e solo
il luogo delle interrogazioni,
perché distilla uno strumento
sufficientemente delicato
per non spaventare la nostra
carne umana
che trema ai soffi
e alle voci e resiste
ai bisturi.
Perché è ancora tutto
da dire
e insieme
già tutto detto,
perché sappiamo insieme
e l’universo è tutto
tutto abitato
mirabilmente.

***

Esiste la musica.
Esiste proprio,
come lenzuolo lampada
orologio e casa,
come nuvola,
quel suo disumano orto
d’intenzione
di ascoltare l’anima
esiste. Come domino
di note che si crollano addosso e fanno
insieme. Insieme si fanno, e sono fatte
musica. Qualcosa che abbiamo
perduto o dimenticato
o rotto forse
per mani troppo grevi, qualcosa
di spezzato. Un silenzio eseguito
un’anima di ghiaccio
conservata sotto sale.
Ma cosa cosa ho perduto
io, mentre ti ascolto
cara faccia del nulla
caro amore senza direzione
care ossa: grazie grazie
c’è stato qualcuno
prima di me. È ora
di affrontare la musica.

***

Sì, è probabile.
Che solo la luce esista,
e non il tuo corpo
veda dal cimitero il mare,
ma sia il tuo sguardo mare
che vede la carne
che imputridisce puzza
e si deforma,
mentre il corpo è eterno,
petalo del vuoto
ombra di un volo
sopra l’ombra del cancello,
soglia.
Sì è probabile.
Che solo l’infinito esista,
ma che sia
la trama grossolana della vela
che solca goccia a goccia
acqua e pietra,
che sia,
da amare.
Dammi l’acqua
dammi la mano
dammi la tua parola
che siamo,
nello stesso mondo.

***

Dunque c’è la luce
e ogni foglia è attaccata al ramo
con esatto amore
e ogni foglia in orario
lascia il ramo
con audace resa
e ogni uscire dalla soglia
del corpo è ricevuto
con unanime benvenuto
da quella scienza della gioia
che proprio ora proprio qui
riempie il foglio di ghirigori
per dirti che dunque
la luce c’è.

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